7/7/2006
UN TEPPISTA
Confessioni di un malandrino
Non a tutti è dato cantare,
e non tutti possono cadere come una mela
sui piedi altrui.
Questa è la più grande confessione,
che mai teppista possa rivelarvi.
Io porto a bella posta la testa spettinata,
lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace illuminare nelle tenebre
l’autunno spoglio delle vostre anime.
E mi piace quando una sassaiola di insulti
mi vola contro, come grandine di rutilante bufera,
solo allora, dei capelli miei, la bolla tremula stringo più forte tra le mani.
È così dolce allora ricordare:
lo stagno erboso e il suono rauco dell’ontano;
che da qualche parte vivono per me un padre ed una madre,
che non sanno di avere un figlio che compone versi
o, forse e meglio, che di tutti i miei versi se ne infischiano;
e che a loro son caro come carne e campo,
che morbido rende il verde grano a primavera.
Con le loro forcole verrebbero a infilzarvi
per ogni vostro grido pensato contro me.
Miei poveri, poveri vecchi genitori contadini!
voi, di sicuro, siete diventati brutti,
e temete ancora Dio e le viscere delle paludi.
Oh… almeno se poteste comprendere,
che, in Russia, vostro figlio è il più grande tra i poeti!
Non vi si raggelava il cuore per lui,
quando nelle pozzanghere autunnali immergeva le gambe nude?!
Ora egli porta scarpe di vernice e un cilindro nero
ma vive ancora in lui la bramosia e il brio
del monello di campagna.
Ad ogni mucca sull’insegna di macelleria,
da lontano, fa un inchino
e incontrando i cocchieri in piazza,
ricorda l’odore del letame dei campi dov’è nato,
ancora pronto ad appendersi alla coda d’ogni cavallo,
come fosse uno strascico nuziale.
Amo la patria!
la patria molto amo,
nonostante la sua tristezza di rugginoso salice.
Adoro gli infangati grugni dei maiali
e, nel silenzio della notte, la voce limpida dei rospi.
Sono teneramente malato di infanzia e di ricordi,
sogno le nebbie e l’umido d’aprile delle vecchie sere,
dove come per scaldarsi alle fiamme del tramonto
s’accoccolava il nostro acero verdastro.
Ah… salendo sui suoi rami quante uova
ho rubato nei nidi alle cornacchie!
È la stessa d’un tempo la sua verde cima?!
ed è sempre forte la sua corteccia come prima?
E tu?! mio amato, mio fedele vecchio cane pezzato!
che il tempo ha reso rauco e cieco
e vai per il cortile la coda penzolante trascinando
e non senti più a fiuto dove sono portone e stalla, attraversando ignaro le porte dei granai.
O come mi è cara quella birichinata,
quando si rubava una crosta di pane alla mamma,
e a turno la mordevamo senza disgusto alcuno.
Io sono sempre lo stesso.
Con lo stesso cuore.
Simili a fiordalisi nella segale fioriscono gli occhi nel viso.
Srotolando stuoie d’oro, in versi,
vorrei dirvi qualcosa di tenero e diverso!
Buona notte!
A voi tutti buona notte!
Più non tintinna nell’erba la falce dell’aurora…
Oggi avrei una gran voglia di urlare ed orinare
dalla mia finestra sul gran disco della luna!
là nella luce blu, una luce così blu,
là dove anche morire non dispiace.
Non m’importa, se del cinico ho l’aria
che al sedere si è appeso una lanterna!
Mio buon vecchio e sfinito Pegaso,
davvero il tuo trotto morbido m’occorre oggi?
Io sono venuto come un maestro severo,
solo a celebrare e cantare i topi.
Come un agosto, come una tempesta, dal mio capo scivola il vino folle delle chiome,
e voglio essere una vela gialla, come una vela gialla
che naviga verso il paese in cui
tutti e nessuno ci perdiamo.
Foto: Eisenin (si legge Yessenin) ed Isodora Duncan - Eisenin diciassettenne - Il Kremlino - Eisenin in giacca e cravatta